I 10 PIU' BEI CANTI DELLA DIVINA COMMEDIA

 Ripercorriamo insieme i dieci canti più belli del suo capolavoro, la Divina Commedia.

Abbandonate, cari lettori, le vostre spoglie mortali, lasciate ogni esitazione e ogni timore e seguitici in questo breve viaggio per i regni ultraterreni; come novelle Virgilio vi condurremo nel luogo eterno dove sentirete le grida di dolore delle anime disperate, vedrete poi coloro che sono contenti delle loro pene perché sperano di poter raggiungere la beatitudine del Paradiso e, infine, ammirerete le «beate genti» che godono della grazia divina.

Non abbiate paura, la selva oscura l’abbiamo già superata, ci siamo lasciati alle spalle le tre fiere, il leone, la lupa e la lonza, abbiamo attraversato il limbo e finalmente siamo arrivati al terzo canto, all’ingresso del primo regno ultraterreno: l’Inferno.

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

Queste sono le parole che Dante immagina scritte sulla sommità della porta dell’Inferno. Parole cariche di dolore che il poeta non riesce a comprendere appieno. La bellezza del canto risiede nel fatto che, proprio come Dante, il lettore è invitato a lasciare ogni paura e a varcare la terribile porta, oltre la quale ci colpisce un vortice di disperati lamenti.

Vi presentiamo i pusillanimi, meglio conosciuti come “ignavi”, coloro che vissero sanza infamia e sanza lode, cioè senza fare né del bene né del male.
Come dite? Non sono soli? Avete ragione!
Le anime degli ignavi sono, infatti, unite al «cattivo coro» degli angeli che nella lite tra Dio e Lucifero non presero posizione. Siete di fronte a tutte quelle anime che, non volute né dall’Inferno né dal Paradiso, sono invidiose di ogni altra sorte.
Nella pena che immagina per i pusillanimi Dante applica per la prima volta la legge del contrappasso: la pena corrisponde per somiglianza o opposizione al peccato che la origina. Così i pusillanimi sono costretti a correre eternamente dietro un’insegna, punti da vespe e mosconi, mentre il sangue e le lacrime che cadono a terra vengono raccolti da vermi schifosi.

Ma non «ragioniam di lor», osserviamo e andiamo avanti, che il viaggio è appena iniziato.

Eccoci arrivati alla riva dell’Acheronte, altro punto sublime del canto, dove l’arrivo del traghettatore delle anime dannate, Caronte, è seguito da alcune delle terzine più belle della Divina Commedia. Alle parole di Caronte, che ordina al poeta di tornare indietro e non proseguire il suo viaggio, Virgilio risponde:

[…] Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare.

Mentre i due poeti passano il fiume infernale, Virgilio spiega a Dante che le anime non dannate non possono oltrepassare l’Acheronte e, appena terminato il discorso, un bagliore improvviso squarcia le tenebre, preceduto da un terremoto pauroso, a causa del quale Dante per la prima, ma non ultima volta, perde i sensi.

Come state? Siete tutti in piedi? Benissimo! Allora possiamo procedere.

Camminando camminando giungiamo nel secondo cerchio infernale; siamo nel V canto, e V canto vuol dire lussuriosi, lussuriosi vuol dire Paolo e Francesca, Paolo e Francesca vuol dire lacrime a manetta. Ahi, quanto dolore, quanta sofferenza, quanto amore sprigionano questi versi, tra i più belli scritti da Dante.
Ma procediamo con ordine.
Arrivati nel secondo cerchio Dante e Virgilio incontrano Minosse, il giudice infernale, che ringhia e giudica i dannati che si presentano al suo cospetto, avvolgendo la coda intorno al loro corpo tante volte quanti sono i cerchi che i dannati dovranno scendere per raggiungere il luogo della loro punizione eterna. Superato Minosse, il poeta è colpito dalle grida dei dannati ma soprattutto è colpito dalla tremenda bufera che travolge le anime. In base alla già menzionata legge del contrappasso, come i lussuriosi, in vita, non riuscirono a far prevalere la ragione sul sentimento così, nella morte, sono condannati ad essere sballottati in eterno di qua e di là dai venti infernali.
Insieme a Semiramide, regina degli Assiri, Didone, morta suicida per amore dopo aver rotto il giuramento fatto sulle ceneri del marito Sicheo, Elena, causa della decennale guerra di Troia, ma anche Achille e a Paride, Dante incontra due anime che catturano la sua attenzione in particolare perché, al contrario delle altre che procedono in fila indiana, vengono sospinte insieme, una accanto all’altra, vicine nella morte come lo sono state nella vita.
Queste due anime sono quelle di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, cognati che, innamoratisi vicendevolmente, vennero sorpresi da Gianciotto Malatesta, fratello di Paolo e marito di Francesca, e uccisi. Francesca, commossa dalla pietà dimostrata da Dante, rievoca la sua tragica vicenda nell’immagine di Amore, forza inarrestabile che li ha catturati e condotti alla morte.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor, condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.

Alle successive richieste del poeta di spiegargli come e quando Amore concesse loro di manifestare il proprio sentimento, Francesca risponde:

Noi leggevamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fiate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disiato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante.

Mentre Francesca pronuncia queste dolci parole, Paolo singhiozza e Dante, vinto dall’emozione e dalla pietà, ancora una volta perde i sensi e cade a terra.

Andiamo avanti, ve ne prego, perché siamo provate anche noi.

Facciamo un bel saltone e passiamo dal secondo all’ottavo cerchio, nella settima bolgia, dove vengono puniti i consiglieri fraudolenti.
Dopo una terribile invettiva contro Firenze, sì perché Dante è buono e caro ma di certo non le manda a dire, i due poeti giungono sul ponticello che sovrasta l’ottava bolgia. Vedete tutte quelle fiammelle che illuminano il cielo come lucciole? Quelle sono le anime dei consiglieri di frodi e, se aguzzate la vista, potete vedere, come ha visto Dante, una fiamma biforcuta, fiamma che ospita le anime dannate di Ulisse e Diomede.
Per la prima volta non sarà Dante a parlare con Ulisse, ma parlerà Virgilio: d’altra parte lui ha capito benissimo cosa il suo discepolo vuole chiedere, infatti, giunta la fiamma sotto al ponte, domanda ad Ulisse di raccontare la sua fine.
Ecco che la fiamma più alta inizia a muoversi come fosse una lingua, sprigionando la voce dell’eroe dal multiforme ingegno che narra come, partito da Itaca e giunto con pochi compagni alle Colonne d’Ercole, li incitasse a proseguire per conoscere anche il mondo sanza gente:

O frati, dissi, che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Costoro, spinti dal discorso di Ulisse (e come dar loro torto!), accettarono e ripresero il viaggio per l’ignoto mare. Dopo diversi mesi si manifestò loro un’alta montagna, ma proprio mentre si dirigevano verso la nuova terra, un turbine improvviso si abbatté sulla nave e, fattala girare per più volte su se stessa, la fece inabissare nel mare.

Seguiteci perché, dopo avervi presentato quel mattacchione di Ulisse, vi dobbiamo presentare un altro signore, il cui peccato, purtroppo, ha colpito non solo lui ma anche i suoi piccoli figli.
Eh sì, tirate pure fuori i fazzoletti, perché quello che vedete rosicchiare la testa dell’arcivescovo Ruggieri è il conte Ugolino.
Come consuetudine, Dante chiede al conte di rimembrargli la sua triste dipartita, così Ugolino, dopo aver sollevato la bocca dal «fiero pasto», narra i particolari della prigionia e della morte sua e dei suoi figli. Questo canto di terribile bellezza provoca tutta una serie di sentimenti difficili da descrivere a parole. Come Dante non possiamo fare altro che adirarci e prorompere in una furiosa invettiva contro Pisa, perché se è vero che Ugolino si era macchiato di tradimento, lui solo doveva pagarne le conseguenze e non anche i figli, resi innocenti proprio dall’età novella.
Il poeta invoca la distruzione di tutti i cittadini di Pisa, colpevoli o innocenti; sembra uno dei castighi biblici in cui l’ira di Dio si stendeva implacabile su tutte le città maledette. Il De Sanctis parlò, infatti, di «furore biblico» quando disse: «non so se sia più feroce Ugolino che ha i denti infissi nel cranio del suo traditore, o Dante che, per vendicare quattro innocenti, condanna a morte tutti gli innocenti di un’intera città, i padri e i figli, e i figli de’ figli».

I canti, a nostro parere, più belli dell’Inferno li abbiamo visti, e adesso bisogna passare a quelli del Purgatorio. Attraversiamo insieme il sentiero che ci porterà nell’emisfero australe dove finalmente potremo tornare a «riveder le stelle».

Benvenuti nel secondo regno ultraterreno, il Purgatorio, luogo in cui lo spirito umano si purifica e diventa degno di salire in Paradiso.

Partiamo dal primo canto, più precisamente dal proemio che, come ogni proemio degno di questo nome, presenta l’invocazione alle Muse.
Finalmente abbiamo superato l’aria senza tempo e siamo tornati a riveder le stelle.
Se osservate con attenzione potete vedere anche voi quelle quattro luminose e bellissime stelle che prima non vide mai nessuno, se non Adamo ed Eva.
Adesso però fate attenzione, giratevi! Bene, quel signore accanto a voi è Catone l’Uticense, conviene inginocchiarsi e sentire cosa vuole dire.
Credendo che Dante e Virgilio siano dei dannati, Catone chiede loro come possano essere fuggiti dall’Inferno, infrangendo così le leggi terrene. Sarà Virgilio a rispondere e a spiegare all’Uticense la loro condizione e il motivo del loro viaggio. Così, dopo aver avuto da Catone, guardiano della porta del Purgatorio, il permesso di passare, possiamo iniziare insieme a Dante il percorso di purificazione. Togliamoci dal viso i segni dell’Inferno, cingiamoci la vita con un giunco colto sulla spiaggia ed eccoci pronti per riprendere il nostro viaggio.

Siamo arrivati nell’Antipurgatorio, luogo in cui si trovano le anime di coloro che, seppure destinati alla salvezza, non sono ancora pronti ad iniziare il loro percorso di purificazione. Gira di qua e gira di là arriviamo al secondo balzo: siamo nel VI canto che, come i corrispettivi delle altre due cantiche, presenta una tematica politica. Dante si concentra qui sull’Italia e sul suo disordine politico e sociale. 
Ma guardate! Vedete quell’anima tutta solitaria? È Sordello da Goito. Come dimenticare l’affetto e la gioia che spinsero quest’anima tra le braccia di Virgilio solo a sentir pronunciare il nome della sua terra natìa, Mantova! È uno dei momenti più belli del canto, un ricordo che scalda il cuore e che porta Dante a prorompere in un’altra violenta invettiva che, come abbiamo precedentemente detto, riguarda il bel paese.
L’Italia è serva e sede di vergogna e Dante, non più personaggio ma poeta nell’atto di scrivere, accusa i responsabili di tanto male. Rivolge poi la sua parola a Dio domandando se tutto questo non sia un piano della Provvidenza per il bene futuro, che gli occhi degli uomini non possono assolutamente vedere.
Alla fine del canto il poeta rivolge l’attenzione nei confronti della sua amata Firenze e, utilizzando un tono amaramente ironico, denuncia la leggerezza dei fiorentini.

Impossibile non concordare con Dante, vero? Ahi, nostra povera, serva Italia!

Ma andiamo avanti, che un’altra anima ci sta aspettando.
Procedendo spediti lungo il nostro cammino siamo arrivati nella III cornice, tra le anime degli iracondi. La sentite questa preghiera? Si tratta dell’Agnus Dei, la preghiera degli iracondi che espiano il loro peccato. Insieme ai due poeti arriviamo all’appuntamento con una delle anime espianti. Si tratta di Marco Lombardo che, dopo aver confermato a Dante e Virgilio che la strada che stanno percorrendo è giusta, chiede al sommo poeta di pregare per lui.
Il XVI canto del Purgatorio rientra tra i canti più belli dell’opera non solo per la figura di Marco Lombardo, ma soprattutto per il discorso che viene portato avanti sul libero arbitrio, sulla corruzione umana e sulla virtù. L’anima, infatti, spiega a Dante che, nonostante l’influenza degli astri sulle inclinazioni umane, l’uomo è libero. Marco Lombardo procede nel suo discorso spiegando che se la causa della corruzione universale è da cercarsi nell’uomo, la ragione prima di tale corruzione risiede nella confusione tra potere spirituale e potere temporale. Quindi, un’anima cerca inevitabilmente il piacere, per questo le serve una guida; capite bene però che se la guida devia, devia anche il genere umano.
In questo caso la guida spirituale, la Chiesa, ha confuso i due poteri e offre agli uomini un pessimo esempio di attaccamento alle cose terrene.

Con il XVI canto abbiamo concluso il nostro viaggio attraverso i canti più belli del Purgatorio. Ci siamo quasi: il nostro viaggio sta giungendo al termine, non ci resta che salire in Paradiso.
Non saremo più in compagnia di Dante e Virgilio, perché come sapete quest’ultimo ha lasciato il posto ad un’anima degna della beatitudine eterna, quella di Beatrice.

Iniziamo dal canto politico che, se siete stati attenti saprete essere il VI, canto degno di essere nel novero dei canti più belli perché rappresenta un caso unico nel poema, dal momento che è occupato interamente dal discorso dell’imperatore Giustiniano. L’Imperatore risponde alle due domande che Dante gli aveva posto nel canto precedente, ci rivela la sua identità e ci illumina sulla condizione delle anime che occupano il II cielo.
La parte centrale del canto è poi dedicata ad un’altra invettiva nei confronti dei Guelfi e dei Ghibellini, colpevoli della loro cattiva condotta nei confronti dell’aquila, il simbolo del potere imperiale: i primi vi si oppongono, i secondi invece se ne appropriano per i loro fini politici. Secondo il sommo poeta la soluzione a questo problema è soltanto una, l’impero universale, cioè un’autorità che imponga il rispetto delle leggi e assicuri a tutti la giustizia, ponendo fine alle situazione di anarchia che caratterizza soprattutto l’Italia.

Procedendo nel nostro viaggio arriviamo all’XI canto: certo non potevamo non citare tra i canti più belli della Commedia quello dedicato alla figura di San Francesco d’Assisi.
Il canto comincia con un’invocazione del poeta che sottolinea la vanità degli affetti terreni, e di come gli uomini sprechino il loro tempo alla ricerca dei piaceri terreni e della vana gloria. Finita l’introduzione, il discorso lasciato in sospeso nel canto precedente continua e San Tommaso riprende la parola. Il santo ci spiega che la Provvidenza ha deciso della nascita di due principi che aiutassero la Chiesa a rimanere salda e la guidassero nei momenti di crisi: si tratta di San Francesco e San Domenico. Tommaso parlerà di Francesco poiché, avendo condiviso i due un medesimo scopo, lodando uno si loderà anche l’altro.
Il tema centrale del canto è, quindi, il racconto della vita di san Francesco, e obiettivo di san Tommaso è quello di lodare il fondatore dell’ordine francescano per sottolineare la decadenza dell’ordine cui egli stesso apparteneva.

Non possiamo terminare il nostro viaggio con canto diverso dal XXXIII del Paradiso, che non conclude solo la terza cantica ma l’intera opera. Siamo arrivati nell’Empireo dove Dante, dopo l’invocazione alla Vergine compiuta da San Bernardo, ha accesso alla visione di Dio. Il canto prende avvio con la lunga preghiera di San Bernardo che chiede alla Vergine di intercedere per Dante, permettendogli di lasciarlo godere delle sublime visione di Dio.
La Vergine, sentita la richiesta del santo, non risponde ma, dopo averlo guardato negli occhi, si rivolge verso la luce di Dio. Dopo un segno di San Bernardo anche Dante volge lo sguardo verso la luce divina e, guardandola, la sua vista diventa sempre più chiara e acuta.
Ciò che infine rimane nella memoria del poeta è come un sogno che però si è dimenticato dopo il risveglio.
Le nostre parole non sono sufficienti a spiegare la bellezza degli ultimi versi: meglio lasciar concludere il poeta, i cui versi vengono letti, studiati e amati anche dopo settecento anni.

Qual è ’l geomètra che tutto s’affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,

tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;

ma non eran da ciò le proprie penne:
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.